Presepe napoletano: la Storia
di Roberto Magno - 14 ottobre, 2009, 11:53 am
A Napoli l’arrivo del presepe in forma di commemorazione più domestica e meno celebrativa la si deve alla comunità francescana capitolare che in questa città con i favori degli Angioini ebbero modo di sviluppare un proprio territorio di riferimento importando anche la già sostanziale usanza di allestire in scena per la stagione invernale una rappresentazione di tipo plastico-figurativo della nascita del Bambin Gesù.
Ci è data larga testimonianza dalla scultura lignea più antica d’Europa recuperata tra i resti delle chiese napoletane distrutte dalla Grande Guerra ed oggi esposta presso la chiesa monastero di Santa Chiara Vergine.
Un tempo la statua di legno policroma a grandezza naturale apparteneva ad altri oggetti simili ed era parte integrante di un complesso dispositivo scenografico di tipo presepiale collocato in posizione elevata all’altare della cappella interna al monastero delle clarisse; presumibilmente dono delle regina Sancia alle stesse monache. [1]
O anche da un affresco antichissimo datato 1305 in stato di conservazione buono anche se il richiamo al presepe è eluso da un voluto ermetismo dell’autore che resta ignoto, ma probabilmente deve essersi trattato di un frate della minoritica comunità dei Frati Minori Conventuali a Napoli, collocata oggi alla quinta cappella radiale della chiesa di San Lorenzo Maggiore.
Capasso riferendosi ad un documento datato 1205 ci dice che esisteva a Napoli una chiesa dedicata a Santa Maria ad Praesepe senza indicarne l’esatta ubicazione poi presumibilmente voluta in Santa Maria alla Rotonda [2] diversamente dal Nicolini che in altro luogo colloca un primo presepe napoletano ed esattamente al Duomo d’Amalfi, voluto dall’arcivescovo Andrea d’Alagno. Più che un presepe vero e proprio fu solo la costruzione di una grotta scavata nel tufo a ridosso dell’abside della chiesa con una rappresentazione pittorica di qualità scadente e la sua curiosa storia del prelato committente dell’opere che volle anche farsi ritrarre tra i presenti alla nascita di Gesù.
Anche in questo caso il Bambino non è ancora presente sulla scena, mentre però, oltre alle levatrici ormai scomparse, pare che la Madonna abbia cambiato postura: essa si ergeva in piedi in posizione ieratica, come da Matrona e San Giuseppe assorbito da un sonno profondo le dorme ai piedi. [3]
Nel 1340 il pittore fiorentino Taddeo Gaddi aveva già eseguito una decorazione di sua mano per un armadio della sacrestia francescana di Santa Croce a Firenze oggi Galleria dell’Accademia ove in una delle formelle quadribolare ritrae una Madonna in ginocchio, un San Giuseppe in preghiera ed appare per la prima volta sulla scena anche una mangiatoia.
E’ molto probabile che seppur vero che Gaddi arricchì lo stile di Giotto suo maestro è anche vero che a partire dalla Toscana e dalla più vicina provincia francescana umbra elementi decorativi del tutto estranei ai canoni di rappresentazione verranno importati a Napoli dai francescani in netta concorrenza coi Gesuiti che di par loro già preparavano altri allestimenti e non meno secoli dopo gli scolopi di San Giuseppe Calasanzio finiranno per monopolizzare con il loro scenografico presepe della Duchesca parte dell’editoria del tempo.
Ritornando per breve agli anni 40 del 1300 i mutamenti che si ebbero nelle rappresentazioni visive ancora sacre delle scene di Natività di tipo presepiale lo si dovranno alle rivelazioni di Santa Brigida di Svezia ove la Santa ebbe in visione la Vergine Madre di Dio col Fanciullo tra le braccia e San Giuseppe padre putativo suo sposo in reverenda posizione di preghiera.
Sarà tutto un produrre decorazioni e sculture votive palesemente ispirate alle visioni della Santa anche se in realtà oggi la chiesa di Santa Brigida di Svezia non ha più il suo seicentesco presepe trafugato da ignoti negli anni 90 del 1900, un po’ come capitato all’altro spettacolare presepe di San Nicola alla Carità di Napoli pur esso rubato ma fortunatamente riportato in sede tempo dopo.
Il più antico presepe europeo completo di tutto l’armamentario e delle scene così come composte in origini ancora si osserva nella chiesa di San Gismondo in Val Pusteria realizzato nel 1390 e per la prima vota vengono idealizzate le cosi dette stalle senza documentarne la movenza che generò quest’altro elemento di decorazione.
E’ del 1402 forse 1405 l’opera presepiale napoletana quasi del tutto piena e completa trovasi ancor oggi presso il Duomo di Napoli nella cappella Capece Minutolo in una pregievole scultura in bassorilievo voluta dall’arcivescovo Arrigo Minutolo: si tratta del basamento al monumento funebre collocato in cappella e di un’opera che si spiega a libretto ritraente una coppia in atto di accudire un bambino non meglio individuato mentre sono palesi le due figure di animali destra e sinistra e qualche motivo angiolesco ai lati.
Si presentava, in realtà oggi non esiste più, l’opera di Jacobello Pepe ordinato dal Duca di Calabria il presepe monumentale composto di 41 elementi, sculture lignee a tutto tondo, semovibili a grandezza naturale collocate nella cappella detta dei “Recco” presso la chiesa di San Giovanni a Carbonara.
Ancora ed in ultimo lo stupendo esemplare superstite delle scenografie semovibile cinquecentesche napoletane e visitabile al cappellone del Crocefisso in San Domenico Maggiore a Spaccanapoli, opera di Pietro Belverte per conto di Ettore Carafa; restano nella greppia scavata direttamente nel muro solo la coppia Madonna con San Giuseppe; tutti gli altri elementi vennero trasportatti in altra regione d’Europa durante il regno napoleonico.
Fu proprio un discepolo del Belverte tale Annibale Caccavello commissionò il 5 febbraio del 1558 una curiosa opera scultorea in legno pregiato e finemente lavorato a tutto tondo a grandezza media in tutto e per tutto verosomigliante ai presepi delle veste attuale e collocato presso il convento delle Domenicane della Sapienza di cui per la stessa mano si fece già menzione di un’altrettanta stupenda opera presepiale donata alla chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina per conto del Sannazzaro il quale volle che i pastori fossero collocati nelle immediate vicinanze della grotta di Betlemme; quasi una sorta di bestemmia per l’epoca, ma che anticipava di parecchio il presepe napoletano vero e proprio.
La cultura liturgica presepiale in sé e per sé non esiste: il presepe è una concezione moderna tratta dagli atteggiamenti nati spontanei dai maestri presepianti napoletani; prima di queste tendenze, le manifestazioni in pittura ed in scultura della scena della natività ebbero come solo scopo la pedagogia liturgica volta ad istruire il popolo meno colto e via a via suggerita anche dalle esigenze di contemplazioni del mistero della Nascita da parte di isolati gruppi di preghiera.
Lo confermano anche le formelle o le lastre maiolicate oggi presenti in mostra al Museo Civico di Torino stante ad indicare una totale trasformazione del carattere storico del presepe e degli schemi espositivi; le lastre maiolicate ritraenti scene di vita di coppia, Madonna con San Giuseppe ora con il Bambino, ora senza e qualche volta con qualcosa che somigliava vagamente ad un bambino, venivano eseguite solo su commissione ed installate a muro o su piani di legno, solitamente le ante degli arredi sacri o gli armadi di case nobili onde sortire il suo effetto decorativo con narrazione della Natività il più delle volte in un crescendo vorticoso escludendo in premessa la devozione aprendo di li a poco la pista alla tradizione dei presepi.
Le formelle riprenderanno in produzione anche più tardi e fino alle ultime copie prodotte nel 1458 da Martino di Simone di Jadera (Zara) formando con 11 sole figure un presepe collocato oggi nella chiesa di Santa Agostino della Zecca per conto di messer Alberigo Miroballis.
Pare che dopo di queste, di formelle, non se ne vedranno più in circolazione.
Sarà solo nei primi decenni del ’600 che a Napoli il sopraggiungere del gusto barocco cambierà il modo e le maniere degli artisti, trasformerà parte del culto devozionale ed ufficiale e l’adorazione perpetua della Natività cederà il passo a composizioni presepiali meno statiche e meno stabili; i presepi spariranno alla vista per esser ricollocati solo nelle occasioni natalizie; verrà perduto per sempre la connotazione liturgica e finiranno per esser dati in bella mostra anche fuor dalle mura di una chiesa.
Tra tutte le rappresentazioni palstiche del presepe napoletano resi celebri dalla cartografia editoriale di Napoli trova posto il presepe ligneo seicentesco pur detto presepe ligneo di Ceraso-Colombo realizzato negli anni 1647 o forse anche 1645 composto di almeno 15 figure a grandezza naturale, abbigliati alla maniera barocca e spagnoleggiante opera dell’artista Ceraso riconosciuto caposcuola dei figurari, di cui solo e soltanto quattro di queste raggiungeranno intatte l’epoca moderna ed in esposizione permanente presso la chiesa di santa Maria in Portico a Chiaia
Saranno tutti quanti prodotti in serie, anzitutto! Appariranno con manichini mobili, articolabili, coperti di stoffe, con sempre nuove scene di vita l’una separata dall’altra; un fatto questo esclusivamente barocco, desideroso di apparire quanto più vicino alla realtà e di dare ai soggetti presenti in scena quanta più vita fosse possibile, scegliendo posture che sfuggiranno per sempre alla Teologia del tempo.
In sostanza un presepe simile era già sorto in Baviera per mano dei Gesuiti anche se tutt’oggi non trova alcun fondamento documentario, ma si vuole siano stati essi i primi ad erudire in forma breve il popolo cattolico sulle tappe salienti della vita di Gesù a partire dalla nascita con riferimenti alla fanciullezza e a storie macabre come ad esempio l’infondata notizia sulla strage degli innocenti voluta da Erode o la fuga in Egitto della Sacra Famiglia; il tutto in una simbolica creazione di pupazzetti semoventi, abbigliati alla maniera del tempo del Nazareno.
Seppur primi ad edificare una tal forma di teologia popolare, i Gesuiti, nonostante tutto terranno in conto il primato comunque affidato agli Scolopi napoletani ed il loro spettacolare presepe detto ”della duchesca” poi andato perduto per sempre.
I grandi presepi cinquecenteschi offrivano all’orante uno schema visivo composto di figure costrette in una posa pietistica imposta ora dai Concili, ora dalla Controriforma alle quali il popolo estraneo all’esplicarsi delle diverse teologie non aderì affatto.
E quindi una tal presentazione della Natività anche se teologicamente perfetta non ebbe più ragione d’esistere a Napoli al sopraggiungere del barocco specie nelle locali botteghe artigiane; gli artisti primi tra tutti, ispirati soprattutto dalla pittura spagnola, aderirono in costruzioni presepiali sempre più vicino alla realtà in un primo momento evangelica, poi successivamente più vicina ad una realtà strampalata, contorta da scenografie simili al territorio partenopeo, eludendo le imposizioni dei committenti che anzi raccolsero il vantaggio di una ben più vasta popolarità ottenuta con poca fatica e tanta fantasia.
Il passaggio dal sacro alla superstizione e dalla supersitizione alla tradizione fu lesto ed indolore.
I pastori ebbero la meglio sulle esatte definizioni di mariologia e cristologia occupando posizioni notevoli sulla scena del presepe; ognuno a modo proprio poté personificare questo o quel personaggio, un po’ come accadeva con le guarattelle; la Madonna e San Giuseppe in primo piano col Bambino in mangiatoia e tutt’intorno un autentico piccolo borgo, quasi sempre in condizioni di precarietà, borgo dove effettivamente venne poi spostata la massima attenzione degli artisti consapevoli che allo spettatore piaceva piuttosto ritrovarsi in una congeria di arti e di mestieri suggerita dalle immagini dei pupazzi.
Il pezzo forte che diede il lancio definitivo del presepe napoletano classico fu l’osteria.
Al di là della politica e dei mecenatismi dei vari Enti ed Istituti di Credito che negli anni, via a via acquisirono le forme plastiche del presepe napoletano da quelle ufficiali della Chiesa in fuga e degli Ordini soppressi, a quelle delle private collezioni, nell’800 napoletano la ricerca dei lasciti e la richiesta in termini di donazioni influenzò nei primissimi anni dell’epoca moderna la riqualificazione di un’arte del vedere e del costruire in piccolo le scene e le scenografie della Natività.
Le iniziative vennero tutte orientate a stimolare il processo di rivalutazione culturale di un processo identificativo che dalle sue origini fino al primo dopoguerra ebbe a subire notevoli trasformazioni.
Il restauro della Cappella del Monte della Pietà a Napoli, l’acquisto di una serie di significative vedute di A.S Pitloo compreso l’eccezionale nucleo dei dipinti del Sei Settecento napoletano esposti al Museo di Capodimonte fino al 1960 poi successivamente appartenute alla Collezione Banco di Napoli
L’8 gennaio del 1752 da Caserta al fratello Urbano a Roma, Luigi Vanvitelli scriverà e racconterà del suo soggiorno a Napoli durante il quale poté vedere “questi famosi presepi napoletani”.
La lettera mostrò enorme disappunto dell’allora illustre architetto sulle opere dei presepianti napoletani verso i quali ebbe a sollevare numerose eccezioni: li bollò tutti come goffi e tutti come una sol ragazzata; il messaggio contenuto in lettera aperta al fratello va avanti in uno sfogo continuo concesso alla propria maestria: Vanvitelli aborrisce dinnanzi al dato artistico e visuale non corrispondente al criterio di moderato razionalismo e temperato classicismo.
Prosegue nel testo scritto considerandoli illogici, trasgressivi, un succedersi e intrecciarsi senza misura di natura e mito, teologia affine alla teologia dei segni, realtà con fantasia, cronaca quotidiana con la “Storia universale di tutte le cose”, in sostanza alla produzione delle arti applicate si otterranno scenografie piuttosto improntate ai facili entusiasmi.
A dargli mano forte accorrerà il giudizio critico di Alvar Gonzales-Palacios dichiarante senza mezzi termini che tutto quel che tocca il presepe napoletano trova in questi i cultori ossessivi, attribuzionisti di mestiere in perenne stato divinatorio che propinano nomi e cognomi a figure e manichini miniati spesso di modesto livello artigianale.
Per liberarlo dal peso di tanta letteratura negativa d’occasione saranno le voci fuori dal coro di Mancini e Borrelli e non meno anche quelle dei Catello e Teodoro Fittipaldi; quest’ utlimo studiò ampiamente il presepiante napoletano Matteo Bottigliero allievo del Vaccaro come anche ricordato in diverse recensioni anche da Filangeri, Perrone e Correra ed in particolare da Pietro Napoli Signorelli che al Bottigliero attribuisce “L’Orientale alla Fontana” pastorello della Collezione Banco di Napoli, raro esempio di genio e maestria delle arti visive legate al culto del presepe plastico napoletano.
Gli studi condotti da questi signori riscossero gran successo soprattutto nel sottrarre i presepi napoletani alla genericità e all’estemporaneità dei giudizi nei quali caddero inevitabili; tutto venne nuovamente ricondotto a nuova analisi e valutazione di rigoroso impegno scientifico fondato su basi archivistiche e documentarie d’impianto storico, con motivate ipotesi attribuitive e con sufficienti ed articolate motivazioni critiche.
La parentesi di vita che aprirebbe al successo della via dei presepi a Napoli meglio conosciuta come via di San Gregorio Armeno accosto alla via di San Biagio dei Librari o vicolo dei Figuari, nei pressi della vicinissima chiesa di San Gennaro all’Olmo è da riferirsi senza ombra di dubbio ai Conventuali laurenziani, gli unici nel napoletano ad aver adottato, verso al fine del 1300, alle vicende storiche de presepe di Greccio, l’iniziativa industriale di produzione dei presepi localizzati negli ambienti più prossimi alla loro sede e alla sede del monastero di San Gregorio Armeno .
Quel che invece appare meno presunto è un allestimento della natività di tipo presepiale voluto da San Gaetano da Thiene nel 1534 presso l’ospedale di Santa Maria della Stalletta nei pressi di Santa Maria del Popolo oggi ospedale degli Incurabili.
Il presepe napoletano non sarà certo il primo al mondo ma resta di sicuro il più apprezzato tra i prodotti figurativi; l’esposizione di San Gaetano da Thiene ottenne un grande successo di popolo incalzato da una critica artistica aspra e serrata contro di lui a ragione di un elemento che lo rese diverso dai soliti presepi: gli abiti dei pastori infatti non erano più un richiamo agli abiti antichissimi dell’epoca di Cristo a Gerusalemme com’era soliti abbigliarli; piuttosto i pastori vennero esposti alla pubblica ammirazione vestiti con abiti alla foggia dell’epoca del Santo.
A partire da queste semplici premesse a memoria dell’ arteficio utilizzato da San Gaetano da Thiene generazioni dopo Michele Perrone realizzerà per la prima volta un presepe a grandezza naturale con abiti delle moda napoletana di fine 1600 per la chiesa di San Gregorio Armeno.
Spazio Note
Il presepe napoletano di Marisa Piccoli Catello
Tratto da Google Libri
(1) Duca Prota di Maddaloni Il Presepio, Napoli 1889
(2) Capasso: Monumenta Neapolitani decatus Napoli, 1885
tomo II° p.251
(3) A. Rasteul: La Nativitè de Notre Seigneur Jesus Christ, Parigi 1911
Elementi bibliografici voce: “Presepe napoletano”
12 scene inedite del presepe napoletano / Gennaro Borrelli. – Napoli : Arte Tipografica, stampa 1994. – 1 cartella (15 p., [14] c. di tav.).
Appunti per una storia del presepe napoletano dalle origini al secolo 19. – Roma : De Luca, 1969. – P. 9-53 ; 24 cm. Estr. da: Realtà del mezzogiorno, a. 9. (1969), n. 1-2.
La Chiesa di S. Marta e il suo presepe : con cenni storici sul presepe napoletano / Bianca Desideri. – Napoli : Luciano, c1994. – 32 p. : ill. ; 24 cm. In testa al front.: Associazione culturale Centro storico
Francesco Celebrano e l’arte nel presepe napoletano del ’700 / Elio Catello ; prefazione di Franco Mancini. – Napoli : A. Berisio, 1969. – 121 p., 16 c. di tav. : ill. ; 27 cm.
La natività nel presepe napoletano / Elio Catello. – Napoli : [s. n.], 1985 (Napoli : F. Giannini). – 18 p. : ill. ; 22 cm. Ed. di 151 esempl
Patrimoni intangibili dell’umanità : il distretto culturale del presepe a Napoli. – Stefano De Caro, Massimo Marrelli, Walter Santagata. – Napoli : Guida, [2008]. – 211 p. ; 23 cm.
Il presepe napoletano : la collezione del Banco di Napoli / a cura di Marisa Piccoli Catello ; fotografia di Marialba Russo ; saggi di Raffaello Causa e Nicola Spinosa. – Napoli : Banco di Napoli, 1987. – 267 p. : ill. ; 32 cm.
Il presepe napoletano : dalle origini a San Gregorio Armeno / Umberto Grillo. – [S. l.] : VDF, 2000 (Qualiano : Società grafica editoriale). – 37 p., [73] c. di tav. : in gran parte ill. ; 31 cm.
Il presepe napoletano del Settecento / a cura di Teodoro Fittipaldi ; fotografie di Giuseppe Gaeta, Ugo Pons Salabelle. – [Napoli] : Electa Napoli, [1995]. – 95 p. : ill. ; 24 cm. In testa al front.: Soprintendenza per i beni artistici e storici di Napoli
Sanmartino : scultore per il presepe napoletano / Gennaro Borrelli. – Napoli : F. Fiorentino, stampa 1966. – 103 p. : ill. ; 28 cm. Ed. di 1200 esempl. num
Il presepe napoletano nel Museo di San Martino. - [Napoli] : Electa Napoli, [1988]. – 154 p. : ill. ; 24 cm. Catalogo della mostra tenuta a Napoli nel 1988-1989.
Il presepe Cuciniello / a cura di Teodoro Fittipaldi ; fotografie di Giuseppe Gaeta e Ugo Pons Salabelle. – Napoli : Electa, [1990]. – 167 p. : ill. ; 24 cm. In testa al front.: Soprintendenza per i beni artistici e storici di Napoli.
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