Il Miglio d’Oro
di Arturo Fratta Paolo di Somma Ente Fondazione Ville Vesuviane - 16 gennaio, 2012, 11:23 am
Il Miglio d’Oro[1] è così detto il tratto di costa orientale della Baia di Napoli, compreso tra i sobborghi insulari di San Giovanni a Teduccio ed il più grande borgo marinaro di Torre Annunziata, un tempo detto ”strada regia delle Calabrie”, voluto dalla regina Maria Cristina figlia di Augusto II di Sassonia, andata in sposa a Carlo di Borbone, quattro anni dopo l’ascesa al trono. Composto dal patrimonio immobiliare di 120 ville su 200 oggi finite sotto la protezione dell’Ente per le Ville vesuviane, in gran parte di fondazione regio meridionale e borbonica, quasi tutte di fabbricazione settecentesca, molte delle quali afferenti i casati napoletani dei Pignatelli e dei Bisignano per il tracciato costiero della Barra e dei principi di Sannicandro che dominano le pendici del Vesuvio.
Le ville in gran parte vennero previste per esser ammirate anche dalla loro facciata dalla strada, costeggiata da parchi e ampie zone di sosta per lo scorrimento veloce delle carrozze molto intenso durante le villeggiature e le feste all’epoca del regno dei Borbone.
Inserita nel circuito delle classi d’Europa dai successi commerciali sugli scavi e le mete archeologiche di Ercolano e Pompei, tagliata fuori dal paesaggio settecentesco registrato nei capolavori del vedutismo del Gran Tour e dal processo di urbanizzazione intensivo, volto alla massiccia occupazione dei territorio vesuviano, il Miglio d’Oro è limitato dalla continuità con il resto della linea di Costa in direzione di Napoli a partire dalla costruzione della prima linea ferroviaria in Italia, iniziata a Portici nel 1839.
Tutto il regno di Napoli è stato attraversato dall’azione riformatrice del sovrano illuminato Carlo di Borbone figlio di Filippo V ed Elisabetta Farnese, il quale, alla data del 1734, attua un programma di riforma integrale ed in linea con la cultura illuministica di quegli anni.
Suddivide il regno in dicasteri, e le competenze in segreterie funzionali, abolisce gran parte delle immunità di governo, espelle i Gesuiti ed istituisce il registro dell’Onciario per tassare territorio ed immobiliarità alla Chiesa di Roma.
Ed infine con la collaborazione di Bernardo Tanucci riforma i tribunali limitando le giurisdizioni feudali.
Trasforma nel breve periodo di lotta allo strapotere di Roma la città di Napoli in centro culturale dell’Europa illuminista, sperimentando nuove forme di collaborazione tra il governo e la cultura, un laboratorio politico delle forme nuove dell’intellettualismo.
Seguì un lungo periodo di scavi sistematici nelle aree più prossime alle ville secentesche a caccia di reperti ed antichità col sistema cunicoli da richiudere appena scovato il pezzo, sul grasso mercato già da tempo avviato sui resti trovati e lucrati dall’ambasciatore del Regno Hadrawa che denudò completamente i due ninfei imperiali di Matromania e dell’Arsenale sull’isola di Capri; un disseminato reticolo di residenze aristocratiche, che determineranno un radicato rinnovamento del modo di risiedere nelle abitazioni non più a destinazione agricola, ma per il riposo estivo, riadattato per la spensieratezza; specchio di una società non affatto preoccupata delle sorti del suo sovrano e del Regno, quanto piuttosto di circondarsi di sfarzo e di lusso, in una coatta forma di vita parassita propria di un moderno sistema feudale che le riforme dell’illuminismo non ebbero del tutto scardinato.
L’itinerario lungo il Miglio d’Oro
Il viaggio lungo il Miglio d’Oro è una rilettura dei luoghi e dei paesaggi stratificati sotto le numerose colate laviche, l’ultima del 1944.
Uno dei possibili itinerari mirabilmente integrato nel Miglio d’Oro è il Museo ferroviario di Pietrarsa, istituito nel vecchio opificio borbonico ai confini col Comune di Portici, dove si custodiscono trenta vecchi locomotori di treni ancora in grado di funzionare perfettamente adagiati su due tronconi di binari della storica linea Napoli-Portici del 1810.
Ed ancora, l’istituto Superiore di Agricoltura e dell’Istituto di Entomologia Agraria che espone insetti ed uccelli rarissimi.
La splendida e preziosa collezione di minerali vesuviani estratti durante la fase di aperture di nuove cave nella lava con l’aiuto degli esplosivi per l’affondamento nel terreno promiscuo di radici di querce secolari, fatte piantare da Carlo di Borbone e che ancora oggi svettano a più di dieci metri d’altezza costituenti gran parte della volta arborea.
I mosaici e gli arredi delle ville di campagna ercolanese di dichiarato stile romano, produzione della ebanisteria del Sei Settecento napoletano è allestita in esibizione perpetua alla villa Vallelonga di Ercolano struttura compresa nell’itinerario del Miglio d’Oro e dal 2003 è stato formulato il viaggio turistico alla Villa dei Papiri.
Torre del Greco è la terza città in Campania ricca di contributi sulle ville e palazzi storici e sui siti archeologici che arricchiscono il tragitto del Miglio d’Oro; la cittadina napoletana che più di tutte ha conservato il tessuto urbano antecedente all’eruzione del Vesuvio del 1794 e che possono essere liberamente visitate nelle chiese di Santa Maria del Principio e di San Michele attrezzate di affreschi e altari del ’700.
Notevoli testimonianze storiche torresi sono il Museo del Corallo, la basilica pontificia di Santa Croce e per concludere le ville romane di Poppea, inserita nel patrimonio culturale dell’UNESCO, e la villa Crassio ad Oplonti, centro storico di Torre Annunziata, sorta nel II secolo a.C.
Destinate ad attività di produzione ci pervengono due importanti testimonianze l’uno, si tratta di un monile ritrovato tra i balsamari ed alcune ampolle di vetro in una cassa di legno e di un altro trovato indosso ad uno dei 40 scheletri di persone morte soffocate indubbiamente dalle esalazioni dell’eruzione del Vesuvio, catturate dalla discesa della lava. E nel Comune di Torre Annunziata resta la Real Fabbrica delle Armi di Casa Borbone, allestito nell’opificio tardo settecentesco e su di una antica fabbrica di polvere da sparo, riccamente abbellita da un campionario di sciabole, daghe, baionette e fucili della miglior epoca.
I giardini del Miglio d’Oro
Le numerose ville sorte tutt’intorno alla Reggia di Portici, disegnate sulla mappa del Duca di Noja del 1775 radiali alle colline verdeggianti ed alle campagne feconde, son state abbellite da estese aree in forma di parchi e giardini pensili o di terrapieno, nelle zone di verde ove son state installate vasche, serre, padiglioni, recinti ed uccelliere, secondo un bisogno ben amalgamato con l’dea di potere e ricchezza di ritornare alla natura. La diffusione del sistema delle ville richiamò artisti di giardinaggio, investendo spese enormi, ricercando prospettive, disponendo con elementi figurativi di fiori e frutta certe scenografie campestri con forti richiami alla maniera dei baccanti greci.
Inizia la moda di disegnare viali che condurranno a delle esedre a loro volta movimentate da vasche e giochi d’acqua in un gorgoglìo continuo. Al centro di prospettive che uniscono insieme il movimento degli intagli con le volute dei sedili e delle spalliere; sarà l’Arcadia felice in cui poterono convivere il barocco di Domenico Antonio Vaccaro ed il rococò europeo introdotto nel meridione italiano da Luigi Vanvitelli. Tre i diversi tipi di disporre a maniera il giardino attorno alla villa: il primo vede la struttura in cemento avvolta interamente nel verde del giardino, segno di un voluto isolamento dal contesto; un secondo modo vedeva la facciata delle ville esposte sulla reggia strada, il Miglio d’Oro vero e proprio ed il giardino alle spalle spesso vi si poteva accedere per terrazze o scale ove immancabile il viale lungo e largo spesso anche più di uno e talvolta incrociati tra loro e con sistema di tralci e di viti si poteva ottenere il pergolato per amene passeggiate.
Ed infine la villa separata dal giardino e questo disteso sul pendio digradava verso la spiaggia tra aiuole, piccoli boschetti anche detti poggetti, i padiglioni, i gazebo e gli esclusivi caffeaus, una sorta di piccoli capanni costruiti per viverci in quietudine una o due ore al giorno, con mobilio di canapè, finestrino e cupolino, pensati e realizzati in prospettiva quasi sicuramente di panorami adagiati sotto il sole della Baia, la brezza del Golfo.
Altro elemento schietto e genuino che non può non esser ricordato: l’effige di San Gennaro che arresta la lava del Vesuvio. Di medie dimensione e di modeste rilevanze artistiche, incapsulato sotto coperture in legno, in altri casi in nicchie più stabili, spesso realizzate in calco di gesso per le gipsoteche vesuviane, poi esposte sugli archi delle facciate, a memoria del rischio effettivo eruzione o anche la sola sismicità del vulcano, ma anche come elemento distintivo della nobiltà napoletana legata essenzialmente a fattori di sangue e terra, di appartenenza ad un gruppo devoto al Santo significativo però di una devozione alla storia della città.
Per quanto riguarda il variegato mondo delle piante, venne avviata la ricerca botanica sui depositi di saggezza del principe Pietro di Sanseverino, Vincenzo Pedagna, docente di Botanica nell’Università di Napoli, il Duca di Gravina, istitutore del primo Orto Botanico nella sua villa a Bellavista. Tra le specie più diffuse negli anni della rinascita del Miglio d’Oro la camelia del Giappone, fiore di un arbusto sempreverde della famiglia delle theaceae. Venne importata su suolo vesuviano con l’inganno che producesse tè, divenuta però pianta ornamentale distintiva di gusto, eleganza e raffinatezza.
Oggi degli antichi giardini restano le coltivazioni delle arance, le distese in zona bassa di mele e limoni e molto spazio è stato troncato dal passaggio delle linea Sud delle Ferrovie dello Stato.
Le conclusioni
Il declino del Miglio d’Oro si ebbe con la costruzione della prima linea ferroviaria d’Italia: la Napoli-Portici nel 1839 coincidente vieppiù col crescere in zona di un vasto numero di concerie ed industrie di pellami ed i cantieri navali che assecondarono lo sviluppo industriale basato inizialmente sullo sfruttamento di ampie zone lasciate libere dalla massiva edificazione dell’edilizia popolare, in favore delle aree portuali più prossime ai confini col Porto di Napoli. La tecnicizzazione dei disseminati piccoli porti costieri richiamò una popolazione attiva ed impiegatizia nel settore manifatturiero e della meccanica navale. Questo provocò l’allontanamento della nobiltà che ivi vi aveva stabilito dimora di vacanza.
Dopo il 1860 vi fu anche un lento ma progressivo insediamento della borghesia e del proletariato ad incrementare la commistione tra le ville del Miglio d’Oro e le fabbriche ad intensa attività produttiva. Le iniziative di lavoro svolto nelle aree industriali più vicine al mare, vennero poi estese anche nell’entroterra potenziando i collegamenti su strada ferrata e su gomma tra il centro città di Napoli e Castellammare di Stabia. Il più antico edificio di metalmeccanica napoletana installato sulle terre del Miglio d’Oro è la fabbrica di ferro fuso di Zino ed Henry al ponte della Maddalena, sfruttata come acciaieria per la costruzione di vagoni ferroviari e le caldaie per i battelli a vapore.
Alle spalle del Corso San Giovanni a Teduccio venne innalzata la fabbrica dei coloranti, a Castellammare di Stabia le concerie di Lemaire e Bonnet nell’area orientale l’industria alimentare e stabilimenti per la costruzione di macchine per l’agricoltura, come quello della Gupy & Co.
Spazio note
(1) Estratto da: Arturo Fratta in favore della Fondazione Ente per le Ville vesuviane.
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